Cannabidiolo: cos’è il CBD e quali sono i suoi benefici e controindicazioni per uomini e animali

Cannabidiolo: cos’è

Insieme al THC, il cannabidiolo (abbreviato in CBD),  è il cannabinoide maggiormente diffuso in natura. Mentre il THC è presente in  una concentrazione del 12-25% sul totale dei cannabinoidi, il CBD copre una percentuale che va dall’1 al 4%. La differenza più evidente tra le due sostanza è che il CBD non è un composto psicoattivo. In altre parole non influisce sulla funzionalità cerebrale, e non altera il sistema nervoso centrale.

Il CBD appartiene quindi alla famiglia dei cannabinoidi non psicoattivi. La sostanza ha infatti un effetto sedativo e riesce ad alleviare vari dolori e sintomi. Non è un caso se i suoi usi officinali superino quelli di qualsiasi altro cannabinoide conosciuto.

CBD – Indicazioni terapeutiche

Il cannabidiolo (detto anche CBD) è un cannabinoide che può aiutare a mitigare i sintomi di una serie infinita di malattie:

  • diabete
  • insonnia
  • ansia
  • depressione
  • emicrania
  • epilessia
  • tumori ( secondo alcuni studi USA )

Sono impressionanti i benefici medici del cannabidiolo (CBD). Si tratta del principale cannabinoide (sostanze chimiche di origine naturale) della cannabis.

Uno studio di marzo 2018 ce ne parla come un valido aiuto per la lotta alle tossicodipendenze, mentre ci sono altre ricerche che legano la sostanza alla lotta contro il tumore. Secondo questi studi il cannabidiolo sarebbe in grado di agire sulle cellule aggredite dal cancro.

Cannabidiolo – CBD: i benefici per l’organismo

Sono tanti i benefici che il cannabidiolo apporta al nostro corpo. È innanzitutto, un anti-psicotico, il che significa che potrebbe aiutare a curare tutta una serie di malattie mentali, come la schizofrenia.

Ha un’azione di neuro-protezione che potrebbe essere sfruttata per curare alcune malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer e il Parkinson. Inoltre, è un analgesico, indicato per chi soffre di malattie infiammatorie o dolori cronici, anti-convulsivante: è famoso per fermare le convulsioni in malattie come l’epilessia. E ancora è un pro-ansiolitico, che calma i nervi ed elimina l’ansia.

Un recentissimo studio del maggio 2018, ne afferma la capacità curativa anche in un altro campo. E’ stato mostrato in un nuovo studio controllato randomizzato su larga scala per ridurre significativamente il numero di attacchi pericolosi in pazienti con una grave forma di epilessia 

Ma l’uso più sorprendente, anche se ancora da investigare, è quello che lo lega alla cura dei tumori.

Cannabidiolo: vari studi lo legano alla cura del cancro

Sono due gli studi principali che legano il cannabidiolo alla cura di malattie come il cancro. Il primo risale al 2007 ed è stato realizzato da un equipe del California Pacific Medical Center Research Insitute. Secondo le ricerche il CBD è in grado di bloccare il gene Id-1, lo stesso che provoca la diffusione delle metastasi al seno.

cannabidiolo CBD pianta
Nuovi farmaci cannabiniodi e integratori alla cannabis: questa contiene più di 100 cannabinoidi. Queste sostanze si trovano solo nella canapa e in nessun altro vegetale. I due cannabinoidi più studiati al momento sono il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD), ma si stanno affermando anche studi sul CBG e CBN

Altro studi più recenti come quello dell’Università di Rostock in Germania lega il CBD al THC. Insieme potrebbero alla distruzione di cellule tumorali, stimolando la formazione di una proteina, ICAM-1, che agisce sulle cellule aggredite dal tumore.

Citiamo del 2018 lo studio in merito al trattamento del cancro al pancreas che afferma un notevole aumento delle potenzialità di allungamento della vita ai soggetti con tali patologie.

CBD e Veterinaria

Particolarmente diffuso negli Stati Uniti, il CBD oggi può essere usato per nostri animali in caso di alcune condizioni come:

  • artrosi
  • deficit cognitivi in cani e gatti anziani
  • ictus
  • malattie neurologiche
  • nevriti
  • ansia/stress
  • diabete
  • epilessia
  • tumori
  • dermatiti
  • problemi al tratto gastrointestinale
  • osteoporosi
  • malattie autoimmunitarie

La veterinaria Elena Battaglia ci racconta alcuni dei casi più eclatanti.

Olio di cannabidiolo: negli ultimi tempi stanno crescendo gli usi terapeutici del CBD sia per le persone che per gli animali

Controindicazioni

Il CBD sicuro e di qualità, è un prodotto che non scatena effetti indesiderati importanti, ampiamente studiato ed entro le dosi consigliate non sono mai stati riportati fenomeni avversi di tipo grave.

Come altre sostanze che possono essere somministrate all’ organismo, anche il CBD ha però controindicazioni ed effetti collaterali. Sono tutti di entità leggera e molto meno importanti di quelle della maggior parte dei farmaci di uso quotidiano, è giusto comunque conoscerli prima di decidere se assumere o meno questo integratore.

Vanno sempre tenuti a mente due aspetto fondamentali: la qualità e il giusto dosaggio. Alcuni studi hanno segnalato anche il possibile peggioramento del Parkinson, con assunzione di quantità molto elevate.

I possibili effetti collaterali del cannabidiolo

  • Secchezza delle fauci / Scarsa salivazione
  • Mal assorbimento di alcuni altri farmaci (vedi Sativex)
  • Spossatezza
  • Cali di pressione
  • Aumento dell’appetito
  • Diarrea

Fonte: https://www.ambientebio.it/salute/nuove-scoperte/cannabidiolo-cbd-benefici-uomini-animali-controindicazioni/


Canapa industriale e alimentare. I molteplici usi di questa pianta

Oggi facciamo una panoramica sui molteplici usi della canapa industriale e alimentare. Vi abbiamo già presentato approfonditamente la cannabis dal punto di vista storico e dell’inquadramento botanico. In questo articolo ci concentreremo sui suoi utilizzi, anche alla luce della recente entrata in vigore del Decreto di Legge n. 242, che disciplina la materia della coltivazione della canapa industriale.

 

Gli utilizzi dei derivati della lavorazione della canapa industriale sono molteplici e molto diversi tra loro. Vanno dall’uso alimentare fino alla bioedilizia e alla cosmesi, passando per la classica filiera del tessuto e della carta. Ci sono inoltre innovativi impieghi in campo ambientale, finalizzati alla bonifica dei terreni soggetti a grave inquinamento.
Ma andiamo con ordine e vediamo cosa prevede il recente intervento del legislatore.

Cosa dice il Decreto di Legge n. 242 in merito alla coltivazione della canapa industriale

Uso alimentare e industriale della canapa
La coltivazione della canapa industriale nel nostro Paese è stata recentemente disciplinata dal ddl 242 del 14 gennaio 2017. La legge contiene importanti novità e rende più semplice per gli agricoltori la coltivazione dei semi di cannabis sativa, ossia quelli a basso contenuto di thc, il principio attivo di questa pianta. Intorno a questo decreto è nato anche un florido mercato di infiorescenza di cannabis, la oramai nota cannabis light.

Comunicazione preventiva

Secondo le nuove disposizioni, chi vorrà coltivare canapa industriale, ossia varietà sative certificate con un contenuto di THC pari a un massimo dello 0,2% (con tolleranza fino allo 0,6), non dovrà più effettuare la comunicazione preventiva dell’avvio della coltivazione alle forze dell’ordine (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza).
Gli agricoltori hanno l’obbligo di conservare i cartellini e le fatture di acquisto dei semi di cannabis, per un periodo non inferiore ai 12 mesi. In questo modo si potrà dimostrare la provenienza e la varietà di semi coltivati.

Il THC

Il contenuto di THC presente nelle piante potrà oscillare tra lo 0,2 e lo 0,6%. In caso di controlli e verifiche, le forze dell’ordine sono tenute come prima cosa ad effettuare il prelievo del campione in presenza dell’agricoltore. In secondo luogo dovranno rilasciare una parte del campione prelevato per permettere le contro-verifiche. Nel caso in cui dovesse essere superata la soglia percentuale dello 0,6 l’autorità giudiziaria può sottoporre a sequestro e o distruzione la coltivazione, esonerando comunque da responsabilità penali i coltivatori.

Altra importante novità della legge è l’attenzione che viene posta dal legislatore sugli incentivi alla coltivazione della canapa industriale. Si parla di appositi finanziamenti che potranno essere erogati dalle regioni, fino a 700.000 euro. In questo modo si rimette al centro del panorama agro-industriale questa importante cultivar, di cui l’Italia agli inizi del 900 era uno dei primi produttori mondiali.

La canapa alimentare

Per meglio comprendere le molteplici possibilità della coltivazione di cannabis sativa, partiamo dai suoi diversi utilizzi in campo alimentare.

Semi di canapa

Uso alimentare e industriale dei semi di canapa
Partiamo innanzitutto dal prodotto più semplice, i semi di canapa. Nei negozi specializzati troviamo sia semi integrali (provvisti di guscio, peraltro commestibile), che decorticati (senza guscio, più morbidi e dolci). I valori nutrizionali dei semi di canapa sono davvero interessanti. Questo alimento contiene infatti gli aminoacidi essenziali, è molto ricco di vitamine (provitamina A, vitamine del gruppo B, vitamine B ed E), fibre alimentari e proteine.
Ha inoltre un alto contenuto in Kcal, 516 per 100 gr, quindi se ne consiglia un uso moderato per chi è a dieta.
I semi di canapa (decorticata e non) vengono consumati crudi. Si usano come condimento o ingrediente in insalate miste e preparazioni varie come dolci, pane, muesli.

Olio di canapa

Altro prodotto della lavorazione della canapa alimentare è l’olio di semi di canapa, ottenuto dalla spremitura a freddo dei semi.
L’olio di canapa è possibile acquistarlo facilmente nei negozi online. E’ un prodotto davvero pregiato con alcune eccellenti proprietà alimentari. Infatti è ricco di acidi grassi essenziali, appartenenti al tipo omega 6 e omega 3 (in una proporzione di 3 a 1, valore considerato ottimale per l’alimentazione). Inoltre è anche ricco di vitamina E, che è un antiossidante naturale.

L’olio di canapa ha un sapore delicato e molto gradevole, può essere utilizzato come condimento a crudo, per non perderne i benefici. Purtroppo, essendo la produzione di canapa alimentare alimentare limitata, il prezzo di mercato è, per il momento, un po’ elevato.

Farina di canapa

Per chiudere la nostra disamina sugli utilizzi della canapa in campo alimentare, parliamo della farina di canapa.
Questa si ottiene dalla macinazione del panello, vale a dire il residuo rimasto dalla spremitura del seme.
A livello di proprietà ricalca i valori nutrizionali dei semi e dell’olio, che abbiamo visto in precedenza. Qui evidenziamo che si tratta di una farina molto leggera, contiene infatti circa il 20% in meno di calorie rispetto alle normali farine. In secondo luogo, essendo priva di glutine, è l’ideale per una dieta celiaca.

La canapa industriale

Uso alimentare della canapa industriale

I tessuti

Come vi abbiamo accennato, prima del proibizionismo, la coltivazione della canapa in Italia era molto florida e diffusa. L’utilizzo maggiore che se ne faceva agli inizi del 900 era quello in campo tessile, per la produzione di tessuti, e nell’industria mercantile, per la realizzazione dei cordami.

Uno degli svantaggi dell’utilizzo della canapa era il lungo ed elaborato processo di lavorazione per l’estrazione della fibra, da cui si produce il tessuto grezzo. Attualmente, con i miglioramenti dell’ingegneria produttiva, la coltivazione di canapa destinata all’industria tessile ritorna fortemente alla ribalta. Anche perché i vantaggi sono molteplici.

Innanzitutto dalla fibra della pianta di canapa si producono tessuti molto più resistenti di altre fibre naturali come il cotone. Anche la qualità non è da sottovalutare. Grazie alla sua fibra cava, infatti, il tessuto di canapa ha la peculiarità di rimanere fresco in estate e caldo in inverno, proteggendo il corpo dall’umidità.

Altro indubbio vantaggio rispetto al cotone è l’impatto ambientale della produzione stessa. Il cotone infatti, per essere prodotto, richiede una quantità d’acqua 2 volte superiore rispetto alla canapa. Inoltre la coltivazione del cotone richiede un impiego di pesticidi elevatissimo.
La canapa industriale, invece, non ha bisogno dell’utilizzo di pesticidi. Per questa ragione, se pensate alle immense distese di terreni agricoli che il cotone occupa, il vantaggio ambientale è di tutta evidenza.

Fibra tecnica

La lavorazione della fibra di canapa industriale viene applicata nel campo dell’ingegneria meccanica per la produzione di telai di automobili e, ultimamente, anche di aerei leggeri.
Resistente e duttile, la fibra tecnica può essere impiegata al posto della vetroresina, dei materiali plastici tradizionali e dell’alluminio, per realizzare prodotti innovativi ed ecosostenibili.

Bioedilizia

La coltivazione di canapa industriale negli ultimi anni è sempre più indirizzata verso la bioedilizia, per sostituire in maniera efficiente materiali come il cemento e i classici mattoni.
Con la canapa si producono la calce e i biomattoni. Si tratta di materiali in grado di assorbire la Co2, garantendo un elevato isolamento termico e acustico. Questo, ovviamente, permette di migliorare i livelli di prestazione energetica.

Carta

Costituzione americana in carta di canapa

Costituzione americana in carta di canapa

L’utilizzo della fibra e delle parti legnose della canapa per produrre la carta risale a tempi antichi. Un esempio relativamente più moderno è la dichiarazione d’indipendenza americana stampata in carta di canapa.
Purtroppo la fibra di canapa per la produzione di carta fu abbandonata dopo il proibizionismo voluto dagli stessi americani. La carta prodotta in fibra di canapa comporta importanti vantaggi ambientali rispetto alle costose fibre di cellulosa ricavate dal legno.
Innanzitutto la canapa garantisce un’altissima produttività, in termine assoluti superiori agli alberi.
In secondo luogo ha in sé una bassa percentuale di lignina. Questo elemento, per essere eliminato dal legno degli alberi e ottenere la pasta per la carta, richiede un grande impiego di acidi e solventi altamente inquinanti.

Bonifica dei terreni

Uso alimentare e industriale della canapaUn campo di cannabis sativa può svolgere anche’un altra importante funzione ambientale: la bonifica del terreno.
Terreni contaminati da metalli pesanti o altri residui di pesticidi chimici traggono vantaggio dalla coltivazione di canapa. Grazie al suo apparato radicale, la canapa, con un processo chiamato “phytoremediation”, svolge un’azione chelante, ossia assorbe i veleni presenti nel terreno.
In Italia si stano conducendo sperimentazioni in tal senso in zone altamente inquinate, come ad esempio l’Ilva di Taranto.

Pacciamatura

Chi coltiva la canapa può facilmente utilizzare gli scarti della lavorazione per ottenere materiale per la pacciamatura naturale. Il canapulo, ossia la parte legnosa dello stelo, può essere infatti trinciato e utilizzato come strato pacciamante. La pacciamatura, è bene ricordarlo, è una tecnica ideale e necessaria per chi fa agricoltura biologica.

Sviluppi futuri

In questo articolo abbiamo evidenziato quali sono a nostro avviso i principali utilizzi della canapa industriale e alimentare. Ci rendiamo conto però che la nostra analisi è limitata. Non passa giorno, infatti, in cui non venga sperimentato o lanciato sul mercato un prodotto, o un processo, con alla base la canapa.
Questa pianta può rappresentare il volano per l’economia green e sostenibile del futuro. E’ sufficiente pensare che rappresenta una valida alternativa al petrolio e i suoi derivati, anche per la produzione di bio-carburante!

Fonte: https://www.coltivazionebiologica.it/canapa-industriale-alimentare/


Canapa alimentare: benessere in tavola, non solo per i celiaci

La canapa alimentare, un cereale poco usato nella nostra tradizione alimentare, ha delle proprietà nutritive molto importanti e può essere utilizzata in sostituzione del frumento nei regimi alimentari per celiaci. Le proprietà nutritive della canapa la rendono un alimento molto nutriente, ricco di proteine vegetali e di aminoacidi essenziali, adatto a chiunque voglia seguire una dieta sana.

Nuovi cereali per un'alimentazione più sana

Cresce sempre più il numero di persone che si avvicina ad un tipo di alimentazione più sana. Introducendo nella dieta varietà di cereali fino ad ora sconosciuti, soprattutto nella nostra cultura mediterranea dove il frumento fa la parte del re, si possono prevenire piccoli disturbi di salute.
Cereali come la segale o l’avena, “cugini” del frumento, sono usati nell’alimentazione quotidiana nelle culture anglosassoni e hanno proprietà nutrizionali che ne fanno dei portatori di salute: quinoa, amaranto e avena, ricchi di lisina (aminoacido essenziale, generalmente scarso nei cereali), il nutriente grano saraceno, la protettiva segale; l’equilibrante orzo; il delicato mais; il sorprendente riso; l’alcalinizzante miglio; il versatile farro.

L’utilizzo della Canapa in campo alimentare

Tra i cereali ancora c’è poca conoscenza riguardo l’utilizzo della canapa industriale come alimento dalle straordinarie proprietà. La coltivazione della Canapa sativa e la sua trasformazione, con i suoi utilizzi in campo agroalimentare, oltre che commerciale e ambientale, è intesa al recupero di una tradizione italiana secolare, ormai quasi scomparsa. Nel nuovo interesse mostrato per le piante da fibra, e per la canapa in particolare, spesso si crea equivoco nel distinguere due specie differenti quali Cannabis Indica da droga (nota anche come Canapa indiana) e Cannabis Sativa da fibra. L’apertura alla coltivazione, con la Circolare del MIPAAF dello 02/12/1997, fissa le modalità da seguire da parte degli agricoltori interessati, così da evitare confusione con le coltivazioni da droga.

Le varietà di Cannabis Sativa, ammesse alla coltivazione nell’ambito dell’Unione Europea, elencate nell’allegato XII del Reg. CE 1251/1991, devono contenere un tenore di THC (tetraidrocannabinolo), il principio psicoattivo della cannabis Indica presente nelle infiorescenze, inferiore allo 0.2%; il Cannabidiolo (CBD), presente nei semi, non ha alcun effetto: i semi non contengono mai THC.

Quello che viene chiamato seme è in realtà il frutto della pianta. Giunti a maturazione in tarda estate, sviluppano un guscio duro e sottile di colore grigio o marroncino. I semi hanno l’aspetto di piccoli granelli color giallo-paglia e si presentano al palato con una consistenza morbida e dal gradevole sapore di mandorla. Vengono utilizzati ‘decorticati’ ovvero privati del tegumento, poiché rispetto a quelli interi contengono più acidi grassi e proteine ed è attualmente il prodotto più semplice da trasformare e commercializzare. Fra tutte le lavorazioni alimentari, la farina è quella che consente un utilizzo del seme più familiare e creativo. Essa si presenta, morbida, di colore bruno ambrato, leggermente impalpabile e apporta alle preparazioni un patrimonio di preziosi nutrienti, conferendo un leggero gusto di nocciola e un bel colorito bruno agli impasti ove è aggiunta. Ha, inoltre, un apporto calorico inferiore rispetto a quello della farina di frumento, in quanto l’energia è fornita prevalentemente dalle proteine anziché dall’amido.

Proprietà dei semi di canapa

I semi di canapa hanno importanti proprietà nutrizionali. Innanzitutto contengono grandi quantità di proteine vegetali e di aminoacidi essenziali ad elevato valore biologico; sono una naturale fonte di fibre alimentari; contengono importanti vitamine del gruppo B: B1, B2, B6, vitamina D e vitamina E. Infine sono fonte di potassio e fosforo.

I grassi contenuti nei semi, dai quali si estrae anche l’olio di canapa, sono grassi costituiti da Omega 3, Omega 6 e Omega 9. Tutti questi nutrienti essenziali donano ai semi di canapa proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. L’utilizzo dei semi di canapa nella dieta rinforza il sistema nervoso e aiuta a combattere diverse malattie (asma, acne, colesterolo, ecc.).

Proprietà terapeutiche del THC

Il THC (principio psicoattivo della cannabis) e gli altri cannabinoidi sono presenti in circa 100 preparati medicinali per la cura di: vomito, glaucoma, attacchi di asma, analgesico, sindrome di Tourette, sclerosi multipla, spasmi di diverso genere.

Le proprietà collegate all’assunzione di questi semi sono diverse:

  • abbassa il livello di LDL: riduce il livello di colesterolo cattivo nel sangue, previene l’arteriosclerosi;
  • riduce l’artrite reumatoide;
  • è antinfiammatorio per il trattamento del colon irritabile e del morbo di Crohn;
  • ha un'azione analgesica: agisce limitando la sensibilità al dolore;
  • combatte l’osteoporosi;
  • migliora e cura i problemi di apprendimento e aumenta il livello di concentrazione;
  • è antidepressivo e compensa la mancanza di attenzione;
  • cura le malattie respiratorie: l’olio di canapa è impiegato per la cura di asma, di affezioni respiratorie e allergie. A livello topico, invece, l’olio spremuto a freddo è indicato per la cura di eczemi atopici, herpes, dermatiti e acne. Inoltre nutre la pelle e i capelli.

La canapa nella dieta per celiaci

Ma ciò che rende particolarmente interessante la farina di canapa è l’assenza di glutine. Con il termine glutine si intende attualmente una particolare classe di proteine, dette prolamine, presenti nel frumento (gliadine), nell’orzo (ordeine), nella segale (secaline). La condizione in cui si sviluppa un’intolleranza permanente al glutine si definisce celiachia. Essa si sviluppa in soggetti geneticamente predisposti dopo l’introduzione, con l’alimentazione, di glutine, la cui assunzione determina una flogosi cronica con lesioni non specifiche dei villi intestinali che si localizzano a livello dell’intestino.

Le lesioni istologiche sono responsabili del malassorbimento di molti nutrienti nei segmenti intestinali interessati alla malattia. È frequente l’associazione della malattia celiaca con altre patologie autoimmuni (diabete mellito, tiroiditi, artrite reumatoide, ecc.). La mucosa intestinale, ampiamente danneggiata, provoca nel paziente spasmi muscolari dolorosi, terribili attacchi di diarrea e infiammazione.

La terapia dietetica della malattia celiaca si basa sulla totale e perenne eliminazione dalla dieta di tutti i cereali e di tutti gli alimenti che contengono il glutine; pertanto risulta evidente che l’introduzione della coltivazione della canapa può contribuire in modo consistente all’alimentazione dei celiaci.

Uno studio, pubblicato a gennaio 2013 nella rivista scientifica PLOS ONE, ha approfondito il ruolo della cannabis rispetto ai sintomi della celiachia. La ricerca è stata condotta dall'Università di Teramo e ha coinvolto alcuni pazienti celiaci sottoposti a biopsia intestinale per verificare i sintomi infiammatori della celiachia dopo avere ingerito glutine. Lo studio si basa sulla caratterizzazione dei recettori CB1 e CB2 di alcuni lipidi bioattivi presenti nel nostro organismo, gli endocannabinoidi, tra cui l’anandamide (AEA) è il principale rappresentante, al fine di valutarne l'espressione in pazienti affetti da malattia celiaca.

Il sistema di endocannabinoidi, presenti in vari organi periferici, opera nel tratto intestinale, riducendone la motilità. Ne consegue una regolazione degli spasmi muscolari e quindi della diarrea, che porta così ad un maggior assorbimento dei nutrienti e quindi ad una attenuazione dei sintomi della patologia. La presenza degli endocannabinoidi è stata riscontrata anche nel tratto intestinale dei pazienti celiaci. Alcune di queste persone, che avevano fatto anche uso di cannabis, presentavano un quadro clinico migliore  rispetto ai celiaci che avevano semplicemente seguito una dieta priva di glutine.

I risultati hanno dimostrato che la presenza di cannabis nel corpo è un metodo naturale potenzialmente in grado di attenuare i sintomi della celiachia in maniera molto più efficace rispetto ai celiaci che da 12 mesi seguivano una dieta completamente priva di glutine. Gli studiosi, tra cui la dott.ssa Natalia Battista, coautrice della ricerca “Alterata espressione dei recettori dei cannabinoidi di tipo I e di tipo II nella celiachia”, ritengono, comunque, che non sia ancora il caso di esprimersi in maniera certa, poiché ancora non esistono dati derivanti dalla comunità scientifica.

Gli utilizzi della canapa

Con le foglie e i fiori della canapa si producono tisane, birra, caramelle, olio essenziale utilizzato in profumi e come aromatizzante per alimenti. Con i semi si ottengono, invece, esche per pesci, olio, condimento per alimenti utilizzato nella produzione di margarine, tofu, gelati e simili, integratori alimentari per uso nutraceutico, cosmetici e detergenti per l’igiene del  corpo.

L’olio prodotto è impiegato nella produzione di detersivi, inchiostri per stampa, colori ad olio, tinte per esterni edifici, lubrificanti, solventi e combustibile.

Fonte: https://www.paginemediche.it/benessere/alimentazione-e-dieta/canapa-alimentare-proprieta-e-benefici-non-solo-per-i-celiaci


Canapa alimentare e novel food: cibo o stupefacente?

Pubblichiamo qui di seguito le riflessioni dell’avvocato Giacomo Bulleri sulla canapa alimentare alla luce del fatto che nell’Unione Europea sono state cambiate le diciture di canapa e cannabinoidi nel catalogo dei Novel Food. 

A seguito dei mutati scenari e dei recenti sviluppi circa le tematiche inerenti all’Hemp Food, appare opportuno fare un po’ di chiarezza in una materia che avevo già trattato in passato.

Partendo dalla mera ricostruzione dei fatti, occorre sottolineare come nella scorsa primavera siano stati modificati le diciture della canapa e dei cannabinoidi nel Novel Food Catalogue (ossia tra gli alimenti non utilizzati in maniera significativa per il consumo umano in UE prima del 15.05.1997 e che rientrano in una delle categorie elencate dall’art. 2 del Reg. UE n. 2283/2015).

Infatti si è passati da:

Cannabis sativa L.

This product was on the market as a food or food ingredient and consumed to a significant degree before 15 May 1997. Thus its access to the market is not subject to the Novel Food Regulation (EC) No. 258/97. However, other specific legislation may restrict the placing on the market of this product as a food or food ingredient in some Member States. Therefore, it is recommended to check with the national competent authorities”(..) “In the European Union, the cultivation of Cannabis sativa L varieties is granted provided they are registered in the EU’s ‘Common Catalogue of Varieties of Agricultural Plant Species’ and the tetrahydrocannabinol (THC) content does not exceed 0.2 % of the plant. Without prejudice to other legal requirements concerning the consumption of hemp (Cannabis sativa) and hemp products, Regulation (EU) 2015/2283 on novel foods is not applicable to most foods and food ingredients from this plant”. Other specific national legislation may restrict the placing on the market of this product as a food or food ingredient in some Member States. Therefore, it is recommended to check with the national competent authorities

Canabidiol (CBD)

 “Extracts of Canabis sativa L in which cannabidiol (CBD) levels are higher than the CBD levels in the source Canabis sativa L are novel in food. Cannabidiol (CBD) is one of the cannabinoids in Cannabis sativa plant. In the European Union, the cultivation of Cannabis sativa L. varieties is granted provided they are registered in the EU’s ‘Common Catalogue of Varieties of Agricultural Plant Species’ and the tetrahydrocannabinol (THC) content does not exceed 0.2 % of the plant. (..) There was a request whether this product requires authorisation under the Novel Food Regulation. According to the information available to Member States’ competent authorities, this product was not used as a food or food ingredient before 15 May 1997. Therefore, before it may be placed on the market in the EU as a food or food ingredient a safety assessment under the Novel Food. Regulation is required.

alle seguenti diciture:

Cannabis sativa L.

“In the European Union, the cultivation of Cannabis sativa L., varieties is permitted provided they are registered in the EU’s Common Catalogue of Varieties of Agricoltural Plant Species and the tetrahydrocannabinol (THC) content does not exceed 0,2% (w/w). Some products derived from the Cannabis sativa plant or plant pars such as seeds, seed oil, hemp seed flour, deflatted hemp seed have a history of ingestion in the EU and therefore, are not novel. Other specific national legislation may restrict the placing on the market of this product abs a food or food ingredietn in some Member States. Therefore, it is recommended to check with the national competent authorithies”.

Cannabidiol (CBD)

“Please consult the entry “Cannabinoids”

Cannabinoids

“The hemp plant (Cannabis sativa L.) contains a number of cannabinoids and the most commun ones are as follows: delta-9-tetrahydrocannabinol (D9-THC), its precursor in hemp, delta-9-tetrahydrocannabinolic acid A (D9-THCA-A), delta-9-tetrahydrocannabinolic acid B (D9-THCA-B), delta8tetrahydrocannabinol (D8-THC) cannabidiol (CBD), is precursor in hemp cannabidiolic acid (CBDA), cannabigerol (CBG) is precursor in hemp cannabichromene (CBC), and delta-9-tethraydrocannabivarin (D9-THCV). Without prejudice to the information provided in the novel food catalogue for the entry relating Cannabis sativa L. extracts of Cannabis sativa L. and derived products containing cannabinoids are considered novel foods as a history of ingestion has not been demonstrated. This applies to both the the extracts themselves and any products to which they are added as an ingredietn (such as Hemp seed oil). The also applies to extracts of other parts containing cannabinoids. Synthetically obtained cannabinoids are considered as novel”.

Il cambiamento è apparso drastico in quanto ha determinato un netto cambio di rotta che ha in qualche maniera riacceso dibattiti che sembravano da tempo sopiti.

In sostanza, secondo la nuova versione del NF Catalogue, viene riconosciuto lo status di traditional food soltanto ai semi di canapa e suoi derivati (olio, farine, semi decorticati).

Ma ciò ha di fatto comportato che alcuni prodotti, che già alla fine degli anni 90 non erano stati considerati NF (ad esempio tisane con foglie di canapa, birra in cui le infiorescenze di canapa erano impiegate alla stregua del luppolo), sarebbero diventati novel food dopo oltre 20 anni di consumo nel mercato europeo (!).

Già su tale aspetto si genera il primo “corto circuito” del sistema, dal momento che, come noto, il NF Catalogue non è una norma giuridicamente vincolante per gli Stati membri, i quali comunque hanno una propria competenza esclusiva in materia di sicurezza alimentare e tutela del consumatore.

La conseguenza è stata il proliferare di interpretazioni diverse da Paese a Paese e da caso a caso con evidente pregiudizio per la certezza del diritto, l’inevitabile caos tra gli OSA, ma soprattutto con evidente lesione delle regole comunitarie preposte all’organizzazione del mercato comune.

Addirittura in alcuni Paesi, quali l’Italia, sull’onda emotiva della repressione al fenomeno della cd. cannabis light, abbiamo assistito a sequestri indiscriminati di prodotti a base di semi di canapa con le motivazioni più disparate ed assurde.

Appare quindi quantomai opportuno provare a fare un po’ di chiarezza sulla materia dell’hemp food.

Analizzando a fondo la questione si può constatare come sulla materia di canapa abbiamo due parametri fondamentali: da un lato la Single Convention on Drugs (cd. Convenzione di New York del 1961) che si occupa di prevenzione e repressione degli stupefacenti e, dall’altro, la normativa comunitaria che disciplina sia la canapa sia il settore alimentare.

  1. La SC stabilisce che “il termine «cannabis» indica le sommità fiorite o fruttifere della pianta di cannabis (esclusi i semi e le foglie che non siano uniti agli apici) la cui resina non sia stata estratta, qualunque sia la loro applicazione”.

Nella tabella I, allegata alla Convenzione, contenente la lista delle sostanze stupefacenti allegata, troviamo poi la seguente dicitura:

Cannabis and Cannabis resin and EXTRACTS and TICTURES OF CANNABIS

Per cui, da un lato, la Convenzione include la cannabis come sopra definita con riferimento alle sue parti e derivati tra le sostanze stupefacenti sotto il controllo internazionale e, dall’altro, precisa comunque all’art. 28, comma 2 che: “La presente convenzione non verra’ applicata alla coltivazione della pianta di cannabis fatta a  scopi esclusivamente industriali (fibre e semi) o di orticoltura”.

Ed all’art. 2 comma 9 che “Le Parti” (ossia coloro che devono osservare ed applicare la SC)“non sono tenute ad applicare le disposizioni della presente convenzione agli stupefacenti chesono convenientemente impiegati nell’industria a fini diversi da medici o scientifici”.

  1. Sotto il profilo comunitario, in via generale, la canapa industriale (proveniente da varietà certificate e con tenore di THC inferiore allo 0,2% ) è definita come “prodotto agricolo” e come “pianta industriale”.

Risulterebbe evidente, pertanto, ritenere che la SC si occupi di prevenire e reprimere gli stupefacenti, non di disciplina dei prodotti agricoli.

Tra l’altro, la distinzione tra cannabis ed hemp risulterebbe in realtà già stata in qualche modo codificata dal Protocollo ONU ST/NAR/40, il quale prevede una ben precisa formula per distinguere la canapa-droga dalla canapa-industriale.

Nello specifico, sempre a livello comunitario, la normativa di settore alimentare trova poi il proprio fondamento nel Reg. (CE) n. 178/2002 dove si ha la definizione di alimento ed, appunto nel Reg. (UE) n. 2283/2015, che ha abrogato il precedente Reg. (CE) n. 258/1997, che disciplina il NF.

Altro parametro essenziale è poi, sotto un diverso profilo, il Reg. (CE) n. 1881/2006 sui contaminanti.

Analizzando tali norme si desume che:

  1. Una sostanza stupefacente non può essere un alimento in virtù del Reg. (CE) n. 178/2002, ma la canapa industriale non è una sostanza stupefacente (e non dovrebbe essere considerata tale).

Tale assunto, peraltro, trova conferma anche in alcune pronunce dei Tribunali ed in recenti riforme normative da parte degli Stati Membri.

A seguito della diffusione del fenomeno della cd. cannabis light (ossia vendita di infiorescenze essiccate prodotte da varietà di canapa industriale e con tenore di THC inferiore allo 0,5%) in Italia e della diffusione di e-liquid full spectrum con tenore di THC sino allo 0,2% in Francia, si sono verificati molti casi di sequestro su cui i Tribunali hanno avuto modo di pronunciarsi.

In Italia, ad esempio, anche dopo la sentenza delle SS.UU. della Corte di Cassazione n. 30475/2019 (che ha ritenuto la vendita di cannabis e derivati quali foglie, fiori, oli e resine come soggetti alla normativa stupefacenti, salvo che privi di efficacia drogante), la giurisprudenza prevalente tende ad individuare la soglia drogante nello 0,5% di THC, ritenendo non punibili le condotte aventi ad oggetti livelli inferiori di THC.

In Francia, dello stesso avviso è la recente pronuncia della Cour d’Appel de Reims che ha escluso che e-liquid con tenore inferiore allo 0,2% di THC possano rientrare nella legge penale degli stupefacenti.

D’altro canto, la Croazia ha recentemente emanato una legge in cui riconosce come la canapa industriale con tenore di THC inferiore allo 0,2% non sia soggetta alla normativa penale in materia di stupefacenti.

Prima ancora il Belgio, aveva già qualificato cannabis e derivati (infiorescenze, e-liquid) con tenore di THC sino allo 0,2% “comme autres tabacs à fumer” e, come tali, soggetti al relativo regime fiscale.

Sotto un diverso profilo, occorre ricordare che sullo status di “prodotto agricolo” per la canapa industriale già si era espressa la Corte di Giustizia con la sentenza n. 463/01 del 2003 (cd. caso Hammerstein) secondo la quale le disposizioni del Reg (CEE) 1308/1970 relativo all’Organizzazione Comune dei mercati nel settore del lino e della canapa e il reg. (CEE) del Consiglio 619/1971 che fissa le norme generali per la concessione dell’aiuto per il lino e per la canapa “vanno interpretati nel senso che essi ostano a una normativa nazionale che abbia l’effetto di vietare la coltivazione e la detenzione della canapa industriale di cui ai detti regolamenti”.

Ma soprattutto la Corte di Giustizia aveva rilevato come “i rischi per la salute umana che conseguono all’uso delle sostanze stupefacenti sono stati presi in considerazione effettivamente nell’ambito dell’organizzazione comune di mercato nel settore della canapa”.

Per questo motivo il regime di aiuti all’interno della politica PAC è limitata alla sola canapa proveniente da varietà certificate e con tenore di THC inferiore allo 0,2%, proprio per evitare di erogare aiuti ad una coltura illecita. Ergo la determinazione su base convenzionale della differenza tra droga e prodotto agricolo.

Del resto la tutela della centralità del mercato comune, principio base del diritto comunitario, trova conferma nelle stesse disposizioni del Rev. (CE) n. 178/2002 in materia di alimenti.

Secondo il quadro sopra delineato appare evidente come la canapa industriale non possa essere considerata uno stupefacente e, come tale, non in maniera aprioristica esclusa dal novero degli alimenti.

  1. La ratio che sottende il Novel Food si fonda, come ben esposto nelle raccomandazioni della Commissione Europea del 29.07.1997, nel concetto di equivalenza sostanziale, secondo cui

“Se si riscontra che un prodotto o un ingrediente alimentare nuovo è sostanzialmente equivalente ad uno esistente, lo si può trattare alla stregua di quest’ultimo in fatto di sicurezza, pur tenendo presente che il metodo dell’equivalenza sostanziale non corrisponde ad una valutazione della sicurezza o del valore nutritivo, ma è solo un’analisi comparativa di un potenziale prodotto nuovo e del suo omologo tradizionale.”

Ed inoltre: “Il principio di equivalenza sostanziale può essere esteso all’analisi dei prodotti alimentari derivati da fonti e da processi non convenzionali. In altre parole i nuovi prodotti sostanzialmente equivalenti sono paragonabili, in termini di sicurezza, ai loro omologhi convenzionali. Si può riscontrare un’equivalenza sostanziale per l’alimento nel suo complesso o per l’ingrediente che racchiude la « novità » introdotta, ovvero per l’alimento o l’ingrediente eccetto la « novità » introdotta”.

  1. Il Reg. n. 1881/2006 disciplina poi i contaminanti non ammessi negli alimenti con facoltà per gli Stati Membri di prevederne altri qualora non previsti dalla normativa UE in forza del l’art. 5 del Reg. (CEE) n. 315/1993.

L’Italia, avvalendosi di tale norma, ha recentemente emesso il D.M. Salute del 15.11.2019 ove vengono qualificati come alimenti i soli semi di canapa e derivati (olio, farine, integratori) fissando per i medesimi i limiti di THC che debbano essere presenti qualificando, di fatto, il THC come un contaminante e determinando i relativi limiti.

Da tale D.M. si desumono tre aspetti importanti:

  • I cannabinoidi NON sono un ingrediente indesiderabile negli alimenti ai sensi del Reg. n. 1881/2006;
  • Il D.M. include tra gli alimenti “olio ottenuto da semi” senza alcun riferimento alle modalità di ottenimento (siano esse per spremitura o per estrazione) e senza specificare i caratteri ed il “grado di purezza” che deve avere il seme;
  • Per gli alimenti diversi da quelli elencati si fa rinvio all’art. 2 del Reg. (CE) n., 1881/2006, ossia, in sostanza, è rimesso all’OSA, in caso di controlli, l’onere di dimostrare i fattori di concentrazione impiegati nel processo di trasformazione.

Dati i suddetti riferimenti come si può risolvere l’apparente contrasto normativo inerente la disciplina dell’hemp food?

A parere dello scrivente è necessario fare riferimento ai principi che sovraintendono i rapporti tra fonti del diritto, ossia il principio di gerarchia delle fonti, il criterio di specialità ed il criterio cronologico.

In questo caso, atteso che il conflitto riguarda fonti del medesimo grado sovraordinato (trattati internazionali e diritto comunitario), il contrasto andrà risolto facendo appello al criterio di specialità, ossia la norma particolare deroga quella generale ed in virtù del criterio cronologico, secondo cui la norma successiva deroga quella antecedente.

Sulla scorta di tale filo logico, deriva che la Convenzione sugli Stupefacenti, che detta norme generali in materia di prevenzione e stupefacenti, non possa essere assunta quale parametro per vietare tout court l’uso della canapa industriale negli alimenti.

Ciò trova peraltro conferma nel fatto che alcune parti della pianta sono già ammesse quali alimenti (semi e derivati sono pacificamente considerati traditional food), a differenza del THC che ne costituisce il principio attivo, il quale, al contrario, rientra altrettanto pacificamente sotto il controllo della SC.

Quindi occorre entrare nel dettaglio ed analizzare le singole parti ed i singoli alimenti ottenibili dalla canapa.

La EIHA ha prodotto nelle sedi competenti documentazione attestante l’uso di fiori, foglie ed estratti come alimenti in Europa prima del 15.05.1997, ma in sostanza la questione verte sul fatto se tale consumo sia da considerarsi più o meno “significativo” ai fini delle regole sul NF.

Per i principi sopra dettati, a parere dello scrivente, anche le foglie dovrebbero essere considerate food, fosse anche per il semplice fatto che esse non sono menzionate nella SC.

Non a caso in virtù del medesimo principio, in materia cosmetica, a seguito dell’allineamento tra SC e normativa cosmetica è stato reintrodotto il cannabis sativa leaf extract tra gli INCI. Ergo se le foglie non sono sotto il controllo internazionale della SC per la normativa cosmetica, il medesimo limite non potrà essere invocato per gli alimenti ove, peraltro, alimenti contenenti foglie di canapa erano consumati sino dalla fine degli anni 90.

Per quanto attiene alle infiorescenze, la problematica potrebbe apparire diversa in quanto espressamente menzionate nella SC.

Però occorre operare un distinguo. Se tale limite vale sicuramente per l’uso di infiorescenze di canapa ad alto livello di THC (i cosiddetti edibles), sussistono molti dubbi sulla loro estendibilità alle infiorescenze di canapa industriale in quanto:

  • la canapa industriale non è uno stupefacente:
  • le infiorescenze potrebbero trovare teoricamente una propria collocazione anche tra gli aromi di cui al Reg. (CE) n. 1334/2008, ai quali non applicano la disciplina sul NF;
  • vi sono comunque prove di consumo umano significativo prima del 15.05.1997.

A parere dello scrivente la soluzione potrebbe essere riscontrata in una sintesi di quanto sopra esposto. Ossia distinguere tra edibles (alimenti a base di canapa a fini ludici/ricreativi con alto livello di THC) da alimenti a base di canapa industriale che ben potrebbero comprendere tutte le parti della pianta, purchè gli alimenti rispettino i limiti dei contaminanti, oltre ai limiti di THC previsti per gli alimenti.

Ad ogni modo è evidente come ogni valutazione sia inevitabilmente connessa alle decisioni dell’ONU in merito alla generale riclassificazione della cannabis in seno alla SC che potrebbe (e dovrebbe) modificare l’intero impianto normativo, decisione che è stata recentemente rinviata al 2021.

Infine attenzione particolare riguarda la questione degli estratti e dei cannabinoidi.

Sul punto è indubbio come i cannabinoidi costituiscano novel foods in quanto sul punto il NF Catalogue nell’attuale versione risulta piuttosto chiaro.

Ma tale approccio, a parere dello scrivente, trova certamente pregio per quanto attiene agli isolated, in quanto di essi sicuramente non vi è prova di uso significativo in UE prima del 15.05.1997.

Un alimento addizionato con cannabinoidi isolati sarà sicuramente un NF e, come tale, soggetto alla relativa procedura autorizzativa.

Ciò troverebbe piena conferma nel fatto che i cannabinoidi non sono additivi ammessi negli alimenti umani e neppure nei mangimi animali.

Diverso, invece, è il caso degli estratti da canapa industriale con concentrazione di cannabinoidi pari a quella naturalmente presente nella pianta.

In questo caso, a parere dello scrivente, tali prodotti non dovrebbero essere considerati dei novel foods in quanto:

  • vi sono prove del loro uso in UE precedentemente al 15.05.1997;
  • i cannabinoidi non sono sostanze indesiderabili negli alimenti;
  • rispettano il principio di equivalenza sostanziale alla base della ratio della disciplina sul NF e, peraltro, coincidono con la “vecchia” dicitura contenuta nel NF Catalogue prima della sua modifica intervenuta la scorsa primavera.

Da segnalare che, recentemente, la Food Authority tedesca si è espressa in senso conforme in risposta alle istanze di EIHA.

Tale esternazione, seppure priva di per sé di efficacia regolatoria, rappresenta un segnale estremamente importante che denota come la questione dell’hemp food sia tutt’altro che definita, ma risulti ancora aperta e suscettibile di diverse interpretazioni.

Ciò che appare certo è che il percorso è oramai segnato nel senso di una progressiva regolamentazione della pianta di canapa, in tutte le sue parti, quale alimento destinato al consumo umano. Molto probabilmente ciò che ancora difetta, al di là delle questioni puramente tecniche, è una presa di coscienza generalizzata anche nell’opinione pubblica che la canapa industriale non è una droga.

Del resto se tale concetto appariva piuttosto chiaro e condiviso fino a qualche tempo fa, quando il settore della canapa industriale era un mercato ristretto e “di nicchia”, appare ben difficile comprendere, anche sotto un piano puramente logico, come ciò possa essere rimesso in discussione quando tale mercato si è sviluppato ed ha prodotto evidenze scientifiche, peraltro sottolineate dalla stessa OMS nelle proprie raccomandazione all’ONU circa la necessità di una complessiva riclassificazione della cannabis, in generale, ed in merito ad una esplicita esclusione degli estratti dalla SC, in particolare.

BIBLIOGRAFIA:

A seguito delle difese presentate tali provvedimenti risultano in una sorta di “limbo” amministrativo, tipicamente italiano, in cui le Autorità preposte dopo quasi 1 anno non si sono ancora espresse.

Il TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea) che nell’allegato I elenca alla lettera a) i prodotti agricoli  cui si applicano le disposizioni del medesimo Trattato, tra cui la “canapa greggia, macerata, stigliata, pettinata o altrimenti preparata, ma non filata”.

Il Reg. (UE) n. 220/2015 qualifica poi la canapa come “pianta industriale”

Più specificamente, l’articolo 2 del regolamento (CE) n. 178/2002 definisce  «alimento» (o «prodotto alimentare», o «derrata alimentare») qualsiasi sostanza o prodotto trasformato, parzialmente trasformato o non trasformato, destinato ad essere ingerito, o di cui si prevede ragionevolmente che possa essere ingerito, da esseri umani.

“Sono comprese le bevande, le gomme da masticare e qualsiasi sostanza, compresa l’acqua, intenzionalmente incorporata negli alimenti nel corso della loro produzione, preparazione o trattamento”.

Il medesimo articolo stabilisce che non sono prodotti alimentari: (..)

  1. g) le sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi della convenzione unica delle Nazioni Unite sugli stupefacenti del 1961 e della convenzione delle Nazioni Unite sulle sostanze psicotrope del 1971;
  2. h) residui e contaminanti”.

v. Trib. Genova, Trib. Avellino, Trib. Ancona, Trib. Novara, Trib. Livorno Trib Lucca, Trib. Brescia.

Ai fini di una migliore comprensione della normativa in questione appare opportuno richiamare gli obiettivi di cui all’art. 5 del Reg. CE 178/2002 proprio con lo scopo di individuare la ratio del medesimo.

“1. La legislazione alimentare persegue uno o più fra gli obiettivi generali di un livello elevato di tutela della vita e della salute umana, della tutela degli interessi dei consumatori, comprese le pratiche leali nel commercio alimentare, tenuto eventualmente conto della tutela della salute e del benessere degli animali, della salute vegetale e dell’ambiente.

  1. La legislazione alimentare mira al conseguimento della libertà di circolazione all’interno della Comunità degli alimenti e dei mangimi prodotti o immessi sul mercato nel rispetto dei principi e dei requisiti generali enunciati nel presente capo.
  2. Le norme internazionali vigenti o d’imminente perfezionamento sono prese in considerazione nell’elaborazione o

nell’adeguamento della legislazione alimentare, salvo se tali norme o loro parti pertinenti sono inefficaci o inadeguate per il conseguimento dei legittimi obiettivi della legislazione alimentare, se vi è una giustificazione scientifica in tal senso o se il livello di protezione che assicurano non è quello ritenuto adeguato nella Comunità”.

Ed ancora:

“La libera circolazione di alimenti sicuri e sani è un aspetto fondamentale del mercato interno e contribuisce in maniera significativa alla salute e al benessere dei cittadini, nonché ai loro interessi sociali ed economici”.

“Occorre garantire un livello elevato di tutela della vita e della salute umana nell’esecuzione delle politiche comunitarie”.

“Esistono notevoli differenze in relazione ai concetti, ai principi e alle procedure tra le legislazioni degli Stati membri in materia di alimenti. Nell’adozione di misure in campo alimentare da parte degli Stati membri, tali differenze possono ostacolare la libera circolazione degli alimenti, creare condizioni di concorrenza non omogenee e avere quindi un’incidenza diretta sul funzionamento del mercato interno. Emerge pertanto come i principi tutelati siano la salute del consumatore e la libera iniziativa economica privata, riconoscendo al settore food un ruolo preminente all’interno del mercato comune”.

Da ciò emerge la chiara necessità di ponderare i valori della tutela della salute e della sicurezza degli alimenti e della libera iniziativa economica in modo da coordinare ed armonizzare il mercato comune in funzione delle differenze concettuali e di principio esistenti innegabilmente tra i vari Stati membri.

Del resto qualche mese fa la anche Bulgaria, seppure con un provvedimento molto sui generis, aveva autorizzato la commercializzazione di estratti con tali caratteristiche. Del resto in senso sostanzialmente analogo si è espressa la FDA.

Ad onor del vero la FSA britannica si è espressa qualificando i cannabinoidi in toto quali NF ma dettando tempi e caratteristiche certi (marzo 2021 e dose di intake 70 mg) per avviare l’iter di registrazione.

Fonte: https://canapaindustriale.it/2020/03/11/canapa-alimentare-e-novel-food-cibo-o-stupefacente/


Il Cannabidiolo è davvero così promettente come si dice?

Spopolano i prodotti a base di Cbd: da oli da assumere in gocce, a soluzioni da svapare e creme cosmetiche. Le potenzialità di questa sostanza, già divenuta un farmaco, sono tantissime. Ma servono ancora studi e una regolamentazione più chiara in materia, spiegano gli esperti.

cannabis
(Foto: herbalhemp/Pixabay)

Studi scientifici. Prodotti biologici, naturali, senza ogm, pesticidi o inquinanti. Analizzati in laboratorio. La presentazione dei prodotti a base di cannabidiolo (Cbd) da parte dei vari rivenditori online è così ben condita – mediaticamente parlando – da lasciare a bocca aperta o far alzare il sopracciglio. Sembra troppo bello per essere vero: un prodotto naturale, sicuro, rilassante, antiinfiammatorio, antidolorifico, calmante, buono contro l’insonnia, la depressione e perfino contro la sclerosi multipla. Tutto in un’unica sostanza, il cannabidiolo, ingrediente estratto dalla cannabis (tra i centinaia di composti attivi derivabili dalla sostanza) e che si può assumere praticamente in qualsivoglia forma, in percentuali variabili: può essere svapato, ingerito come gocce o capsule, scolato in birre e cocktail, spalmato in creme, perché la moda del Cbd ha conquistato anche il settore dei cosmetici, facendo proseliti. E si è spinta anche oltre, allargandosi alla veterinaria.

Eppure nei giorni scorsi Dustin Lee, studioso in psichiatria e scienze comportamentali alla Johns Hopkins University sulle pagine del New York Times ne parlava come di una sorta di nuovo olio di serpente: tanto rumore, tanti proprietà attribuite, poche (ancora) evidenze scientifiche. Come altri esperti quando si parla del cannabidiolo, Lee si riferisce al fatto che, al momento, ci si muove più sul piano delle potenzialità che di effetti certi, documentabili e coerenti. Servono, in sostanza, dicono diversi esperti, ancora studi sul tema. Non che manchino, tutt’altro: a sfogliare le pagine di clinicaltrial.gov sono diverse le sperimentazioni che prevedono l’uso del Cbd contro l’ansia o nelle malattie infiammatorie e intestinali, per esempio. E sul database PubMed sono centinaia le ricerche che hanno come oggetto il cannabidiolo, con un numero di pubblicazioni in impennata nell’ultima decina di anni. La letteratura scientifica e la ricerca clinica sono fiorenti e promettenti, ma allo stato attuale oggi cosa potremmo dire del Cbd, quando il marketing sembrerebbe averne già decretato il successo?

Cbd, dove lo mettiamo?
A pronunciarsi, recentemente, è stata la stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms), attraverso il gruppo di esperti dell’Ecdd (Expert Committee on Drug Dependence), chiamati a realizzare una revisione sulla cannabis e i prodotti derivati. Scopo del lavoro degli esperti, racconta a Wired.it Giuseppe Cannazza, chimico farmaceutico esperto di cannabis, dell’università degli studi di Modena e Reggio Emilia che ha partecipato ai lavori, era anche capire che posto dare a cannabis e prodotti derivati (quindi anche il cannabidiolo) all’interno della Convenzione unica sugli stupefacenti> del 1961 della Nazioni Unite. Si tratta di un accordo internazionale che vieta la produzione e vendita di sostanze stupefacenti e farmaci con effetti simili, ad eccezione di scopi medici e di ricerca. All’interno della convezione diversi allegati classificano la pericolosità, il rischio di abuso e il potenziale terapeutico delle sostanze.

“Il cannabidiolo puro non era presente in nessuna di quelle tabelle”, ricorda Cannazza. Cosa raccomandano oggi gli esperti? Il parere è che il Cbd, non avendo proprietà stupefacenti (a differenza del Thc che è una sostanza psicoattiva), e avendo mostrato un potenziale terapeutico non debba essere posto sotto controllo internazionale. Inoltre non ci sono stati casi di abuso o dipendenza collegati al Cbd puro, né si sono registrati problemi di salute pubblica. La sostanza è generalmente ben tollerata e con un buon profilo di di sicurezza. “Parliamo di Cbd puro, ottenuto per estrazione o da sintesi – riprende Cannazza – discorso analogo per le preparazioni a base di principalmente di cannabidiolo che non contengano più dello 0,2% di Thc. Riconoscendone il valore terapeutico, la proposta dell’Oms alle Nazioni Unite è di eliminare dalle tabelle degli stupefacenti queste preparazioni a base di cannabis con contenuto di Thc inferiore allo 0,2%”. I criteri usati allora, concludono gli esperti, non valgono più oggi per la cannabis e i prodotti derivati. “Ora spetta alle Nazioni Unite capire se e come accettare queste raccomandazioni”, spiega Cannazza, “se le votazioni attese entro l’anno, o agli inizi del 2020, le recepiranno, lo stesso dovranno fare i paesi aderenti alla convenzione, Italia compresa”.

Una zona grigia a livello legislativo
In questo modo sarebbe possibile avere un quadro legislativo più chiaro, anche per il Cbd, per ora una sostanza dalle innumerevoli e potenziali proprietà, ma oggi non ancora di così comprovata efficacia. E che si trova normativamente in una zona grigia, considerata ora come farmaco, ora integratore o novel food, almeno dall’Unione europea. “Sembrano esserci pochi limiti sulla quantità di cbd ma più sulle condizioni – riassume l’agenzia per il monitoraggio delle droghe dell’Unione Europea – la legalità della distribuzione sul mercato del prodotto può dipendere dalla fonte del cbd, dal formato del prodotti, e da come il prodotto è presentato”. Un quadro normativo chiaro potrebbe aiutare a contenere questo far west, riprende Cannazza. Magari abbracciando una proposta simile a quella dei coltivatori di canapa in Europa, che segua uno schema graduale a seconda delle dosi di cannabidiolo: nessuna regolazione per le piccole (meno di 20 mg al giorno), normato come integratore per dosi intermedie (fino a 160 mg al giorno) e considerato farmaco a dosi più elevate (superiore ai 200 mg al giorno). Oggi in Italia i prodotti con cbd risultano legali nella misura in cui legale ne è la provenienza, per esempio da cannabis legale (a basso contenuto di Thc).

Cbd, promesse ed evidenze scientifiche
Al di fuori delle questioni normative, il potenziale del Cbd è reale, ricordano gli esperti. Ma di qui a farne una panacea contro ogni male ce ne corre. A oggi per il cbd ci si muove sul fronte delle potenzialità, con studi in corso in diverse aree terapeutiche. “Alcuni suggeriscono che possa avere un effetto antiinfiammatorio, neuroprotettivo, antidolorifico e ansiolitico”, va avanti Cannazza, ma parliamo di indizi, di evidenze ottenute soprattutto in ambito preclinico, sui modelli animali”. Le prove per l’uomo sono ancora deboli, riassumeva una rassegna in materia a inizio febbraio 2019. Non sappiamo se quanto osservato si traduca in benefici reali e quantificabili per la salute umana, non si possono escludere interazioni con farmaci e sono stati segnalati problemi di sonnolenza e a livello gastrointestinale. Le attese forse per il cannabidiolo, ribadiscono gli esperti, sono troppo elevate al momento.

Non abbiamo, in altre parole, evidenze paragonabili a quelle che hanno portato all’ingresso in commercio di farmaci con cbd, come il Sativex contro i sintomi muscolari in ambito neurologico (dove il cbd si trova insieme al THC) o all’anti-epilettico Epidiolex a base di cbd, negli Usa. “Il cbd, come anche altri composti estratti dalla cannabis, ha un profilo terapeutico estremamente promettente, che lascia bene sperare, forse per la sua attività sul sistema endocannabinoide, così diffuso nel nostro organismo, ma abbiamo bisogno ancora di studi per capire dove e quando impiegarlo”, ricorda Cannazza. Nell’attesa meglio non affidarsi al fai da te, anche per non inseguire aspettative elevate. “Non dimentichiamo che il cbd è un composto attivo dal punto di vista biologico, è presente anche nell’olio di semi di canapa come abbiamo visto nel mio gruppo, ma con concentrazioni estremamente basse”. Che sia la dose a fare il farmaco lo ribadiva tempo fa anche Philip McGuire, docente di psichiatria e neuroscienze cognitive al King’s College di Londra, sul Guardian, mettendo in guardia dagli effetti osservati negli studi, con dosi elevate e controllate di cbd, diverse da quelle presenti negli innumerevoli prodotti del marketing.

Rimane da indagare il nodo della sicurezza
“Non sappiamo inoltre come vengano realizzati tutti questi prodotti a base di cbd e se effettivamente i prodotti in commercio contengano quel che promettono”, riprende Cannazza. Non mancano infatti dati in proposito e a volte i prodotti sono risultati anche contaminati con Thc. “La cannabis inoltre è un bioaccumulatore di metalli pesanti e senza conoscere la filiera di produzione ed estrazione non sappiamo cosa possono portarsi dietro i prodotti a base di Cbd”, conclude l’esperto: “Un quadro normativo più chiaro aiuterebbe anche a garantire standard di sicurezza”.

Fonte: https://www.wired.it/lifestyle/salute/2019/03/06/cannabidiolo-cbd-prove/


Proprietà e benefici del CBD: come e perché usarlo

Il cannabidiolo è la molecola non psicoattiva della cannabis, con capacità rilassante, antinfiammatoria e antidolorifica: ecco una breve guida per conoscerne i numerosi utilizzi e proprietà curative.

Il CBD, o cannabidiolo, è la seconda sostanza più abbondante presente nella Cannabis: non è psicoattivo, non crea assuefazione e ha una vasta gamma di applicazioni terapeutiche.

Molte persone iniziano ad apprezzare il CBD e i suoi benefici, e diversi studi scientifici stanno portando avanti ricerche sugli effetti e sulle possibili applicazioni. L'interesse da parte della comunità scientifica per il potenziale terapeutico del CBD è sempre maggiore, è già stato utilizzato in diversi studi per il trattamento di numerose problematiche di salute ed è oggi riconosciuto tra gli elementi principali della "Cannabis Terapeutica".

CBD vs. THC: le differenze

La Cannabis, o canapa, è una pianta angiosperma appartenente alla famiglia delle Cannabaceae ed è costituita da diversi elementi, tra cui spiccano le cosiddette sostanze cannabinoidi ovvero il THC (tetraidrocannabinolo) e il CBD (cannabidiolo).

Il THC è l’elemento psicoattivo che provoca nel consumatore sensazioni di euforia, rilassamento, percezione spazio-temporale, e, all’interno del corpo, si lega ai recettori CB1, la cui stimolazione rende conto degli effetti euforizzanti dei cannabinoidi ma anche della loro azione antiemetica, antiossidante, ipotensiva, immunosoppressiva, antinfiammatoria, analgesica, antispastica e stimolante dell'appetito.

Il CBD, invece, è un cannabinoide non psicoattivo e agisce in modo diametralmente opposto: si lega ai recettori CB2, che si trovano sulle cellule T del sistema immunitario e a livello del sistema nervoso centrale. La stimolazione dei recettori CB2 sembra essere responsabile principalmente della azione anti-infiammatoria e immunomodulatrice dei cannabinoidi.

In parole povere quindi, il THC altera le mente, mentre il CBD stimola la guarigione, consentendo di trattare l’ansia, la psicosi, i vuoti di memoria e disturbi come l’epilessia e la schizofrenia. Non producendo effetti psicotropi il CBD è legale nella maggior parte dei paesi del mondo.

Qual è il modo migliore di assumere CBD?

In commercio si possono trovare diverse tipologie di prodotti a base di olio di Canapa e CBD, ottenuti a seconda della tecnica di estrazione usata. È importante sottolineare che la materia vegetale di partenza utilizzata per produrre gli estratti di CBD appartiene alle varietà di cannabis iscritte al registro comunitario europeo e ammesse alle coltivazioni a uso industriale. Questi estratti, da cui viene rimosso il THC, vengono poi monitorati per valutarne sia gli aspetti qualitativi e quantitativi dei cannabinoidi che le loro caratteristiche microbiologiche.

  • Olio di CBD

L’olio di CBD è disponibile in varie concentrazioni e il suo punto forte è rappresentato dalla versatilità di utilizzo. Per ottenere l’olio di CBD, l'estratto viene diluito con olio di semi di canapa: questa soluzione permetterà di ottenere, quindi, le varie tipologie di oli presenti in commercio. Può essere assunto per via sublinguale, essere aggiunto agli alimenti e alle bevande che consumiamo quotidianamente, o ingerito sotto forma di capsule. Gli effetti dell'olio di CBD vengono percepiti più rapidamente quando viene assunto per via sublinguale. Questa tecnica d'assunzione garantisce dosaggi molto precisi e costanti e consente di ottenere gli effetti desiderati in tempi estremamente ridotti (dai 5 ai 20 minuti), in quanto il CBD viene direttamente assorbito dal flusso sanguigno del tessuto sublinguale. Le capsule gel sono l’alternativa all’olio che permette di evitare il cattivo sapore e gli sprechi o i sovradosaggi, avendo ogni capsula un contenuto di CBD standard. Rispetto alla tecnica sublinguale, l'ingestione di capsule richiede qualche minuto in più per fare effetto, ma rimane un metodo molto usato dalle persone dal palato più delicato.

  • Cristalli di CBD

I cristalli sono la forma più pura del cannabidiolo (CBD): per ottenerli, gli estratti di CBD subiscono varie fasi di trasformazione e raffinazione, che conducono man mano a ottenere una sempre maggiore purezza nel prodotto finale. Una volta superata la soglia dell'80% di purezza del CBD all'interno dell'estratto, questo inizia a solidificare o, usando il termine specifico, a cristallizzare. Il processo di raffinazione prosegue fino a eliminare tutto ciò che non sia cannabidiolo puro e ottenere un estratto finale puro al 99% e oltre.

  • E-liquid

Il CBD può essere assunto come liquido all’interno di una sigaretta elettronica. L’inalazione di vapori consente di evitare i pericoli legati al fumo e ai processi di combustione ed è un modo efficace per assorbire velocemente i cannabinoidi, i cui effetti sono quasi istantanei: si potrà quasi immediatamente ottenere maggior rilassatezza e i sintomi legati al dolore vengono drasticamente ridotti.

  • Prodotti topici e cosmetici

L’uso di prodotti topici a base di CBD è indicato per le persone che soffrono di condizioni dolorose e/o croniche come l’artrite: si possono trovare sotto forma di unguenti, balsami o lozioni e vengono direttamente applicati nelle zone interessate per dare sollievo al dolore e ridurre le infiammazioni. Il CBD viene sempre più utilizzato anche in cosmetica: creme, balsami e pomate dopo sole diventano così ancora più efficaci, grazie al potere coadiuvante del CBD nell'azione delle altre sostanze nutritive presenti nel prodotto.

I benefici

Sempre più studi stanno confermando l'efficacia del CBD nel trattamento di diversi problemi di salute. Questo cannabinoide si sta dimostrando efficace come farmaco di prima scelta per una vasta gamma di condizioni e patologie: risulta un potente alleato nel combattere i disturbi più diversi, come convulsioni, spasmi muscolari, ansia, nausea, dolore cronico, infiammazioni, insonnia e molto altro ancora. Le sue proprietà principali sono:

  • Antiepilettico e antispasmodico

L’olio di CBD sta diventando la prima scelta per chi soffre di patologie che provocano convulsioni, in particolare per le persone che assumono medicinali antiepilettici non più efficaci nel controllarne i sintomi. Il CBD, grazie alla sua azione anticonvulsivante, fornisce un valido supporto nelle terapie per l’epilessia infantile, come quella causata dalla sindrome di Dravet.

  • Ansiolitico e antipsicotico

Il CBD riduce significativamente due importanti forme di ansia, ovvero il disturbo ossessivo compulsivo e quello post traumatico. È particolarmente efficace come antipsicotico e come rimedio contro ansia e stress e viene sempre più usato per combattere insonnia e depressione.

  • Analgesico 

I prodotti a base di CBD riescono a ridurre rapidamente il senso di nausea e hanno un alto grado di digeribilità, stimolano l’appetito e alleviano i dolori: per questo vengono efficacemente utilizzati come coadiuvante nelle terapie antitumorali e come sostegno nel trattamento dell’HIV. Hanno un effetto rilassante e sedativo, riducono infiammazioni e tensioni, riuscendo ad alleviare la sintomatologia dolorosa associata a diverse patologie; inoltre sono ottimi alleati nel contrastare l’asma e controllare diabete e glicemia.

  • Antinfiammatorio e antiossidante

Il CBD, grazie alle sue proprietà antinfiammatorie, costituisce un valido aiuto nel trattamento di patologie della pelle come la psoriasi, aiuta a curare l’acne, idrata e ammorbidisce la cute grazie agli acidi grassi essenziali. Inoltre, grazie agli antiossidanti che combattono i radicali liberi, svolge un’importante funzione anti-age e protegge il cervello da possibili patologie neurodegenerative.

Dove acquistarlo

L’olio di CBD è assolutamente legale in Italia, come anche in quasi tutto il resto d’Europa, e può essere, perciò, acquistato senza bisogno di presentare alcuna ricetta medica. Può essere facilmente reperito sul web o nei negozi specializzati, in concentrazioni comprese tra il 3 e il 30%, sotto forma di olio, creme a utilizzo topico e in molti altri formati. Prima di acquistare un qualsiasi prodotto contenente cannabinoidi, assicuratevi che sia di ottima qualità e che i principi attivi vengano estratti dalle infiorescenze senza ricorrere a solventi potenzialmente dannosi per la salute.

Il CBD non ha particolari effetti collaterali, tuttavia non deve essere considerato un'alternativa alla medicina tradizionale e si dovrebbe sempre richiedere il parere di un medico prima di usarlo come integratore. L'effetto secondario più comune quando si assume CBD è la sonnolenza: evitate di mettervi al volante o di usare macchinari pesanti nel periodo iniziale di assunzione.

Fonte: https://www.today.it/benessere/salute/CBD-effetti-benefici-e-controindicazioni.html#:~:text=Il%20CBD%20riduce%20significativamente%20due,per%20combattere%20insonnia%20e%20depressione.


Ganoderma lucidum: la “medicina” innovativa

Ganoderma lucidum: la “medicina” innovativa

Per migliorare l’esito terapeutico di patologie difficili da debellare, si combinano spesso trattamenti convenzionali con medicine alternative, complementari e di supporto, derivate da fonti naturali come i funghi.

Rispetto alle piante, i funghi sono poco conosciuti in ambito terapeutico, ma le proprietà benefiche di Ganoderma lucidum (Figura 1), che contribuiscono a mantenere/ripristinare l’omeostasi dell’organismo, lo rendono uno dei funghi maggiormente utilizzati in medicina ed in fitoterapia.

Figura 1. Aspetto del Ganoderma lucidum nella fase di crescita attiva. Saprofita delle piante a foglie larghe come quercia e castagno, nell’immagine è ben visibile il cappello del fungo dalla forma circolare (o più spesso reniforme), di colore rossastro e brillante e con la superficie tipicamente increspata.

I funghi medicinali nella cultura asiatica

Nei Paesi asiatici, i funghi medicinali sono stati utilizzati per centinaia di anni per curare le infezioni batteriche. Recentemente però sono stati impiegati anche per il trattamento di patologie complesse, in combinazione con altri agenti terapeutici e rimedi farmacologici.

Quando parliamo di funghi medicinali non facciamo di certo riferimento a quelli che è possibile acquistare al supermercato, ottimi per un risotto ma poco utili per la micoterapia.

Un fungo medicinale, per essere definito tale, deve avere effetti benefici sulla salute di un organismo e le sue proprietà terapeutiche devono essere facilmente verificate in laboratorio e supportate da evidenze scientifiche.

Si ricorda però che, in ogni caso, i funghi medicinali non vengono considerati farmaci né una terapia vera e propria, pertanto nessun medico si azzarderebbe a prescriverli come cura ad un dato male. Tuttavia possono essere consumati, al pari di un integratore alimentare, per migliorare lo stato di salute generale poiché non sono stati riscontrati, nei diversi studi e test effettuati, particolari effetti avversi sull’organismo legati al loro consumo.

I funghi medicinali non sono molti: ad oggi sono riconosciuti tali solo 10 specie fungine, ognuna con le proprie peculiarità, modalità di utilizzo ed effetti benefici, accentuati nel corso del tempo dal popolo cinese e giapponese che li adoperava di consuetudine.

Le due specie più studiate sono Ganoderma lucidum ed Hericium erinaceus; quest’ultimo sembra essere particolarmente attivo nel combattere i disturbi dell’apparato gastrointestinale, specialmente se causati da un’infezione di Helicobacter pylori.

Hericium erinaceus, inoltre, grazie ad una combinazione di componenti bioattivi presenti nel micelio (Figura 2), presenta un effetto positivo sulla rigenerazione dei neuroni del Sistema Nervoso Centrale: diversi studi hanno dimostrato che una somministrazione orale giornaliera di questo fungo officinale favorisce la neurorigenerazione di un nervo leso ed il recupero della memoria dovuta a demenza senile.

Figura 2. Morfologia di un fungo. Nell’immagine è rappresentato un generico fungo con tutte le componenti strutturali più importanti. Il micelio, come si evince, è il corpo vegetativo di un fungo che, a diretto contatto col terreno, ne permette il sostentamento e dunque la crescita e la maturazione. Esso ha un aspetto fibroso perché effettivamente formato da filamenti di ife intrecciati tra loro.

Cosa ne pensa il mondo occidentale?

Ad oggi, parte della ricerca scientifica in Italia e nel resto del mondo è orientata sullo studio di queste sostanze naturali come possibile cura per le più disparate malattie: declino cognitivo, tumore, allergie, obesità, ipertensione, diabete, gastriti.

Alcuni di voi, leggendo queste parole, potrebbero essere scettici a riguardo e storcere un po’ il naso. “Un tumore curato con un fungo? Mah”, potrebbero esclamare.

Ma basti ricordare che l’uomo, fin dai tempi più remoti, ha trovato sollievo nell’utilizzo di impacchi e decotti di frutti, erbe e spezie, come cura per ferite ed infiammazioni di diversa natura: i cosiddetti rimedi casalinghi “della nonna” che non si sa né per come né perché funzionino.

Quel che è vero è che alcuni di essi funzionano davvero, ad esempio l’infuso di rosmarino ampliamente impiegato durante i mesi invernali per alleviare i disturbi del naso congestionato.

Non si tratta di una perdita di tempo e/o uno spreco di risorse umane ed economiche, ma di un vero e proprio ambito di ricerca tutto da scoprire; una “medicina” alternativa, quasi priva di controindicazioni (tutto bio! Ma attenti sempre a non esagerare con le dosi: ogni eccesso è difetto), da affiancare alle più moderne tipologie di cura.

Lungi da chi ne parla come la panacea di tutti i mali o ne attribuisce virtù magiche: la micoterapia e la fitoterapia altro non sono che preziosi alleati di cui avvalersi in aggiunta alle cure canoniche, per mantenere/ripristinare l’omeostasi dell’organismo.

Ganoderma lucidum in chiave moderna

Ganoderma lucidum o Reishi, dalla cultura giapponese, è un fungo appartenente alla famiglia delle Ganodermataceae. L’etimologia dell’aggettivo “lucidum” è latina e sta ad indicare l’aspetto brillante, quasi verniciato, della superficie del suo cappello.

Esso è conosciuto fin dall’antichità per i suoi effetti terapeutici sull’organismo: sembra difatti che l’assunzione di questo fungo sia efficace contro moltissimi malanni e che l’effetto “miracoloso” di questo fungo sia di gran lunga superiore rispetto a quello del tanto decantato ginseng (Panax ginseng). Per tali motivi è impiegato come fungo officinale, specialmente nella medicina tradizionale cinese.

Visto l’enorme utilizzo, soprattutto nei Paesi asiatici, a partire dai primi anni ‘70 si sono avviate colture estensive di questo fungo che, in natura, cresce come saprofita (si nutre ovvero di materia organica in decomposizione) delle piante latifoglie come la quercia ed il castagno.

Il tutto in risposta alla crescente domanda, nel mondo occidentale, di prodotti naturali come cura alternativa dei tumori, la quale risulta essere aumentata negli ultimi anni a causa degli effetti collaterali delle terapie tradizionali. Ganoderma lucidum si è dimostrato utile, ad esempio, contro gli effetti indesiderati della radioterapia, promuovendo il recupero delle capacità del Sistema Immunitario in seguito all’esposizione dell’organismo alle radiazioni gamma.

A scopi terapeutici è utilizzata una polvere essiccata del fungo, che viene generalmente consumato come estratto, poiché non commestibile: è molto amaro e con consistenza legnosa. Già da qualche anno è disponibile, anche in Italia, sotto forma di integratore alimentare oppure lo si trova miscelato a bevande nutraceutiche con diversa formulazione: thè, caffe, tisane e cioccolato.

L’elisir di lunga vita

Nella cultura giapponese il Ganoderma lucidum era venerato al pari di un dio e legato indissolubilmente al concetto di regalità. Leggenda vuole che i re lo consumassero con la convinzione di poter acquisire l’eterna giovinezza, se non l’immortalità.

In effetti il fungo è stato impiegato ampiamente per promuovere la salute e la longevità poichè, alla base di dicerie frutto dell’immaginazione popolare, vi è un fondo di verità.

Infatti, biochimicamente parlando Ganoderma lucidum previene l’invecchiamento favorendo l’attività di diversi enzimi appartenenti alla classe delle ossidoreduttasi, come ad esempio la superossido dismutasi, (SOD) e le perossidasi, noti antiossidanti endogeni che prevengono l’invecchiamento e proteggono i componenti cellulari dal danno ossidativo, riducendo così il rischio di mutazioni e carcinogenesi.

Inoltre, il fungo sembra essere un toccasana per il nostro cervello: ritarda il deterioramento fisiologico delle facoltà intellettive (memoria, linguaggio, attenzione, percezione, capacità critica) ed aumenta il Q.I. In laboratorio è stato osservato come la componente polisaccaridica del Ganoderma lucidum determinasse un accrescimento delle capacità cognitive di un soggetto: nei topi transgenici che riproducono in una certa misura i danni causati dalla malattia di Alzheimer, si è osservato un aumento della neurogenesi nell’ippocampo ed un miglioramento delle prestazioni nel Morris Water Maze test (Figura 3) dopo trattamento cronico con gli estratti del fungo, indicando un’involuzione del deficit della memoria spaziale, un problema comunemente associato alle malattie neurodegenerative.

Figura 3. Rappresentazione grafica del Morris Water Maze test. Il labirinto acquatico di Morris è una metodica utilizzata per dimostrare come, in topi e ratti da laboratorio, una lesione (fisica o indotta farmacologicamente) a livello dell’ippocampo sia correlata ad alterazioni dell’apprendimento spaziale. Il test è affidabile e correlato al concetto di plasticità sinaptica e funzionalità del recettore NMDA. L’esperimento, per essere funzionale, deve immancabilmente presentare 3 elementi: una vasca piena il cui fondo non sia visibile onde evitare stress al roditore, almeno una piattaforma a pelo d’acqua che rappresenti un porto sicuro per l’animale, punti di riferimento visivi riconoscibili. Il roditore, una volta nella vasca, inizierà a nuotare alla ricerca di una via di fuga (la piattaforma): il test consiste principalmente nel calcolare il tempo impiegato dall’animale a trovare la piattaforma, che dovrebbe diminuire nel corso delle ripetizioni successive dello stesso esperimento nella stessa vasca per consolidamento della memoria spaziale in assenza di danni ippocampali.

Il Ganoderma è inoltre efficace come palliativo di svariati disturbi tra cui l’insonnia, la stanchezza, lo stress; ma anche disturbi più gravi come l’artrite, le aritmie cardiache, i disturbi del sistema epatico, l’emicrania, le difficoltà digestive e l’intestino pigro, poiché è in grado di regolarizzare la secrezione gastro-intestinale, migliorando la peristalsi.

Il fungo è utilizzato anche in una terapia combinata con litio, perfenazina e triesifenidile per il trattamento della schizofrenia, dimostrando, in questo modo, non solo che il fungo non induce particolari effetti collaterali se controllato nelle quantità e nell’utilizzo, ma che può anche migliorare la risposta dei pazienti alla terapia.

L’azione farmacologica

I principi attivi del Ganoderma sono racchiusi principalmente nel micelio. I più utilizzati per la ricerca sono i polisaccaridi β-glucani ed etero-β-glucani e gli acidi ganoderici (triterpeni), generalmente ben tollerati e vantaggiosi per l’organismo umano.

polisaccaridi, a cui in parte abbiamo già accennato, sono noti in particolar modo per le loro proprietà anti-tumorali ed immunostimolanti. L’effetto immunomodulatorio si esprime con diverse modalità: potenziamento del sistema immunitario, formazione di nuovi globuli bianchi ed eliminazione di radicali liberi, favorendo la proliferazione e la maturazione dei linfociti T e B, delle cellule mononucleate spleniche e delle cellule dendritiche, oppure promuovendo l’azione delle perforine e grandzime.

Per quanto riguarda i triterpeni del Ganoderma, alcuni sono considerati cardiotonici per la capacità di agire sulla regolazione della pressione arteriosa inibendo l’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE), altri hanno proprietà antidolorifiche ed antinfiammatorie.

triterpenoidi presenti nel fungo, derivati ossidati dei triterpeni, sono importanti nella prima linea di difesa del soggetto contro gli agenti patogeni. Essi infatti bloccano l’ingresso di numerosi microorganismi ed agiscono inoltre da potenti mucolitici, risultando particolarmente utili nelle infiammazioni bronchiali e delle prime vie respiratorie.

Ganoderma e tumori

Ganoderma lucidum si è rivelato ottimo, in vitro, nel contrastare la proliferazione delle cellule tumorali inibendo la secrezione cellulare dei fattori associati all’angiogenesi come il fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF) ed il fattore di crescita trasformante TGF–β. In questo modo non solo si limita l’apporto di nutrienti, quali ossigeno e sostanze nutritive necessari alla crescita del tumore, ma anche la formazione di metastasi.

Il meccanismo d’azione prevede l’inibizione di Erk1/2 e delle vie di segnalazione di Akt: l’effetto di questo fungo è quello di migliorare l’esito terapeutico, in combinazione con agenti chemioterapici.

Ricordiamo che il fungo non può essere considerato un farmaco vero e proprio ed il suo impiego, qualsiasi sia la patologia, deve essere sempre limitato a complemento di terapie più complesse, al fine di migliorare la qualità della vita dei soggetti che ne fanno utilizzo.

Fonte: https://www.microbiologiaitalia.it/micologia/ganoderma-lucidum-il-fungo-miracoloso/